25 APRILE TRA RESISTENZA E BICICLETTA: STORIA D’ITALIA E DEL CICLISMO
25 Aprile: ogni anno si celebra il giorno della Liberazione dell’Italia dal Nazifascismo grazie all’arrivo delle truppe alleate in Italia. Gli Alleati non furono gli unici a combattere per la liberazione del nostro Paese: al loro fianco lottarono anche civili e numerosi gruppi Partigiani.
Tra loro, abbiamo deciso di ricordare quattro grandi combattenti, che utilizzarono la bicicletta come mezzo di resistenza, poiché consentiva di camuffarsi tra i civili che utilizzavano la bici quotidianamente, senza destare sospetti.
Tina Anselmi
Il 26 settembre 1944, a Bassano Del Grappa, i nazisti impiccarono per rappresaglia 31 giovani partigiani, costringendo i cittadini e gli studenti ad assistere all’esecuzione. Tina aveva solo 17 anni, e questo evento la lasciò talmente scossa che decise di unirsi alla lotta partigiana, diventando una Staffetta con il nome di battaglia Gabriella.
Per molti mesi, percorse un centinaio di chilometri ogni giorno in sella alla sua bicicletta per mantenere i collegamenti tra le formazioni partigiane. Trasportava messaggi, stampa clandestina e armi.
Finita la guerra, terminò gli studi e si laureò in Lettere. Lavorò come maestra elementare, ma la vocazione per combattere le ingiustizie prevalse: nel 1976 fu nominata Ministro del Lavoro, diventando la prima donna Ministro della Repubblica.
Alessandro Vaia
Vaia aderì da ragazzo alla gioventù comunista e combatté nella Guerra di Spagna. In Italia, si unì alla Resistenza diventando comandante partigiano nelle Marche riuscendo ad infliggere numerosi colpi ai nazifascisti. Prese anche parte al Comitato Insurrezionale di Milano.
Raccontava che, prima di arrivare a Milano, i compagni di Cantiano gli diedero una bicicletta nuova, ma, dopo Fano, un soldato tedesco la prese in cambio della sua.
Dopo pochi chilometri, un altro tedesco lo fermò e gli prese, di nuovo, la bicicletta lasciandolo con la sua, più sgangherata.
Ripartì, convinto che ormai nessuno gli avrebbe preso quel rottame, ma, a pochi chilometri dal posto di comando, a prendere la sua ultima bicicletta fu un soldato tedesco a piedi.
Raccontò una storia di soprusi e prepotenze a cui nessuno poteva ribellarsi, ma ciò non gli impedì di prendere parte alla lotta a Milano. Vaia ricordava, inoltre, che il Comando delle Brigate Garibaldi, a seguito degli scioperi del triangolo industriale di fine marzo ’45, aveva predisposto un piano di protezione delle fabbriche con una rete di mille uomini in bicicletta.

Alma Bevilacqua
Alma (conosciuta con il nome di Giovanna Zangrandi) era un’insegnante di scienze naturali che parteciperò attivamente alla Resistenza. Cresciuta nella zona di Bologna, si trasferì sulle Dolomiti. Ed è qui che la sua vita cambiò, l’8 settembre 1943, il giorno in cui Bolzano e Trento furono annesse al Terzo Reich.
Si unì alla Brigata Calvi, a cui diede un contributo fondamentale occupandosi del trasporto di armi, documenti e informazioni muovendosi con la sua bicicletta tra le strade di montagna che conosceva molto bene, nonostante non fosse originaria del luogo.
Diventò così esperta della zona che i tedeschi non riuscirono mai a prenderla. Misero addirittura una taglia da 50000 lire su di lei, ma non servì a scoraggiarla.
Gino Bartali
Nato nel 1914 a Ponte a Ema, Gino Bartali fu uno dei ciclisti professionisti più amati d’Italia. Nel 1936 vinse il suo primo Giro d’Italia e in seguito il Tour de France, guadagnando fama e simpatia in Italia e all’estero.
Nel 1943, con l’occupazione nazista del Nord Italia, le condizioni per gli Ebrei peggiorarono ulteriormente rispetto al periodo della guerra.
Per questo Bartali, su proposta del Cardinale Dalla Costa, che da tempo aiutava gli Ebrei rifugiati in Italia, prese parte alla lotta trasportando documenti contraffatti nascosti nel telaio della sua bicicletta.
L’idea del Cardinale fu brillante, poiché Bartali utilizzava la scusa degli allenamenti per non destare alcun sospetto, soprattutto durante i controlli dei nazisti.
Gino Bartali non rivelò a nessuno del suo importante contributo al salvataggio di centinaia di Ebrei.
Il figlio Andrea sentì vociferare sull’accaduto e chiese conferma al padre, che confermò le voci e aggiunse: “Ma tu non devi dirlo a nessuno, eh! Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca.”
Questa storia venne resa pubblica solo dopo la sua morte. Per il suo impegno e per il coraggio dimostrato, nel 2013 Gino Bartali venne proclamato “Giusto tra le Nazioni” dall’Ente Nazionale Israeliano per la Memoria della Shoah, lo Yad Vashem.